Il coraggio è una soft skill?

 

Ci ha colpito un articolo di Cristian De Mitri e Nicola Comelli[1] su Il sole 24 ore sul valore del coraggio.

Sì intitola “La sostenibilità emotiva del lavoro passa dalla riscoperta del coraggio” e ci fa riflettere su quanto, spesso, si siano moltiplicate parole nuove, e con nuovi significati, in tema di dinamiche aziendali.

Resilienza, talento, co-design, mindfulness, disruption, creatività e, da ultimo, persino fallimento”, dicono loro.

Proattività, autoconsapevolezza, apprendimento, volontà di formazione, problem solving, resistenza allo stress, aggiungiamo noi. Tutte soft skills, ovvero capacità comportamentali e relazionali, che impattano anche nell’ambito dell’emotività (infatti abbiamo parlato spesso di intelligenza emotiva in ambito lavorativo).

 

Il valore del coraggio

 

L’articolo però apre gli occhi su una mancanza, un vuoto che evidentemente è diffuso: nessuno parla mai di coraggio

Coraggio non è interpretare l’eroe senza macchia né paura. Essere coraggiosi significa affrontarle, le proprie paure. E non solo queste. Significa affrontare anche rabbia, fastidio, disaccordo.

Quindi il coraggio è un’attitudine, una capacità comportamentale e relazionale, fondamentale per l’evoluzione umana, in tutte le sfere. Potremmo quindi dire che il coraggio è una soft skill. 

 

 

Quanto è difficile essere coraggiosi in azienda?

 

Ciò su cui riflettono i due autori è che spesso nelle aziende è frequente la tendenza a sedare l’impulso propulsivo del dissenso, e il coraggio che ci vuole per esprimerlo.

Un tale atteggiamento, suggeriscono, non è altro che un sistema “immunitario” – magari inconscio – che punta al mantenimento dello status quo dirigenziale.

 

Così facendo, si rinuncia all’enorme potere generativo del coraggio: perché chi ha il coraggio di esprimere le proprie idee, e di difenderle, porta in sé anche la perseveranza di metterle in opera.

 

La necessità di uscire dalla propria comfort zone

 

È così ulteriormente evidente che il progresso (ed il successo), in media, avviene al di fuori della propria comfort zone: l’alternativa è rischiare di perdere occasioni di vitalità e rinnovamento, e trovarsi – magari – a perdere i propri dipendenti più attivi e proattivi. E, per tornare in tema, ci vuole coraggio, per uscire dalla propria comfort zone! 

 

Ci si auspica, quindi, che le aziende, e le organizzazioni in genere, comincino a portare avanti procedure di crescita che includano anche la gestione del coraggio, possibilmente supportata da percorsi che includano il dialogo e la comunicazione, a tutti i livelli.

 

 

[1] Fondatori di EggUp

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